Innovare nella tradizione
Fondazione Rui
giugno 2007
Rispondere alle regole del mercato professionale è un rischio?
La tradizione accademica ci insegna l’importanza del binomio ricerca-formazione, ma oggi giorno un terzo elemento rompe l’equilibrio: il mondo aziendale, dove la validità delle competenze raggiunte ha una durata molto breve, al massimo di tre anni.Innovare nella tradizione senza tradire è possibile?
Il professor Tito Arecchi, docente e ricercatore di Fisica all’Università di Firenze, ha affrontato queste tematiche durante la conferenza “Innovare nella tradizione. Sfide e opportunità del lavoro in università oggi” tenutasi presso il Collegio Viscontea, davanti ad un pubblico di docenti universitarie e giovani ricercatrici.
Durante l’incontro il professor Arecchi ha condotto le partecipanti tra i sentieri dell’evoluzione epistemologica facendo un excursus storico di tutte le teorie scientifiche che da Galileo a Newton hanno cambiato il nostro modo di fare scienza e di riconoscere ciò che è scienza.
I rischi dei “sistemi esperti”
«Un punto di vista riduzionistico vede qualunque compito intellettuale come ricerca di percorsi alternativi all’interno di un alveo pre-assegnato, detto paradigma o modello. Ma se c’è solo da gestire la normalità, le routines all’interno di un modello possono essere delegate ad un “sistema esperto”, che è un computer adeguatamente istruito: come nei lavori di casa e dei campi le macchine hanno soppiantato il lavoro manuale, così c’è tutta una gamma di compiti professionali che possono essere delegati alle macchine.
Questa esplorazione dei rami che emergono da un unico ceppo privilegiato ha portato, in politica ed in etica, a rifugiarsi dietro le regole, invece che ad assumersi delle responsabilità».
In una società in cui la nascita e la morte di figure professionali è legata alla dialettica del mercato, è sempre in agguato il rischio di ritrovarsi non con persone, ma con delle pedine, scelte solo per le loro nozioni tecniche che non sono in grado di rielaborare in autonomia, costruendo sistemi esperti sì, ma poco creativi.
Creatività & pensiero forte
Il salto creativo deve essere capace di costruire un pensiero forte che spieghi la complessità attraverso la ricerca accurata di una nuova chiave di lettura del mondo. Bisogna allontanarsi da uno sterile riduzionismo che porta a rifugiarsi dietro a regole che negano una vera assunzione di responsabilità.La creatività è la linfa vitale che nutre il mondo della ricerca e favorisce un migliore sviluppo aziendale, ringiovanendo il mondo accademico.
Il triangolo tra ricerca, formazione e azienda è possibile anche se rimangono ancora delle domande: l’università deve privilegiare la formazione professionale, lasciando che la creatività venga stimolata dal lavoro aziendale? O deve esporre gli studenti alle sfide della ricerca?
La sfida vera sta nel non perdere la bussola: per attraversare questo “triangolo delle bermuda”, servono bravi navigatori specializzati, ma capaci di far interagire le diverse competenze a favore dell’intera imbarcazione.
Il ruolo del docente
L’università deve educare non a conoscenze scontate che si possono imparare dai libretti di istruzione o semplicemente nei corsi interni aziendali (non basta un manuale di bordo!), ma a compiere salti creativi, con l’aiuto di docenti che sappiano aiutare i più giovani.
“Trapianto dei cervelli freschi dentro il mio”: questa è l’espressione che il prof. Arecchi utilizza per spiegare l’importanza di un’unione tra formazione e ricerca: «Fare il docente mi arricchisce e mi permette di avere nuovi input per la ricerca - afferma Arecchi -. Farò il ricercatore a vita e farò il docente a vita».
Il suo voler essere ponte per le nuove generazioni e trasferire conoscenza è ammirevole e incoraggia ad affrontare i limiti che la realtà scientifica italiana da anni pone ai giovani aspiranti ricercatori: l’Italia necessita di personalità forti, capaci di scendere in campo per riprendersi ciò che da tempo fa dell’Italia la terra di chi intende solo boicottare le nostre radici culturali per uno sviluppo aziendale che si allontana dal nostro sistema sociale.
Trapiantare politiche economiche e ordinamenti universitari che vanno bene in altri contesti mondiali, non garantirà lo sviluppo del paese, il quale, in modo particolare oggi, ha bisogno di riscoprire le sue potenzialità. Mettere una “pezza nuova” su un “vestito vecchio” non fa altro che strappare ulteriormente il tessuto, che invece andrebbe rivalutato e ricostruito; riprendere le trame è un compito difficile, ma non impossibile.
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